ORIZZONTI DI VITA PER ATTUARE LO SPIRITO DI UNA RICERCA COMUNE


E’ lo Spirito che da la vita, l’uomo da solo non può far nulla.
Gv 6,63

 

1. Un movimento per la crescita individuale e di gruppo

1.1 Anche se a volte lo chiamiamo Regolamento o Regole di vita, in realtà più che un regolamento vuole essere una raccolta di stimoli o di idee ispiratrici, che servano da orientamento sia ai singoli che all’Associazione nel suo insieme.
Ecco perché l’espressione più adeguata potrebbe essere quella di valori o anche orizzonti di vita, che ci sollecitano a progredire verso traguardi di crescita e di serena e feconda collaborazione .
Infatti, l’Associazione il Ponte sul guado, non è un’istituzione, un ordine religioso, una pia fondazione o una congregazione, ma un semplice movimento di persone che, in piena autonomia, si riconoscono tuttavia in un ideale e in un impegno comuni.
Ideale e impegno fanno perno sulla coltivazione del silenzio e della meditazione, accolti e perseguiti quali presupposti basilari della crescita interiore.
Oltre al silenzio e alla meditazione, il movimento si propone di promuovere, a secondo delle sue possibilità, tutte quelle iniziative che motivano e facilitano lo sviluppo della personalità e, quindi, la purificazione del cuore e l’espansione della coscienza.

1.2 Gli aderenti all’Associazione non sono legati a nessuna particolare vincolo o regola di vita, ma s’impegnano a coltivare la trasparenza, l’onestà, il rispetto reciproco, uno stile di vita improntato alla semplicità e all’essenzialità, a promuovere gli scopi che l’Associazione si dà e che si prefigge di attuare.

2. Ama il tuo prossimo

2.1 Meditazione e silenzio rimandano anzitutto a un atteggiamento di presenza e di ascolto incondizionati del reale e, in particolare, di chi ci vive accanto.
Ogni associato s’impegna a coltivare l’accoglienza reciproca, senza escludere nessuno dal proprio ascolto e dalla propria amicizia.
Il silenzio che comunica la vita è anzitutto e soprattutto il silenzio che accoglie con disponibilità e amore il prossimo che ci vive accanto e, in particolare, colui che è più debole, umile, indifeso e bisognoso.

2.2 «Quando il Signore concesse a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza, essendo io nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi. Ma il Signore stesso mi condusse tra loro e io usai con essi misericordia.
E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi stessi un poco e uscii dal mondo».

2.3 «Nessuna cosa deve dispiacerci, eccetto il peccato. E in qualunque modo una persona pecchi, però, chi si lasciasse prendere dall’ira o dallo sdegno per questo, accumula per sé la colpa degli altri.
Chi, al contrario, non si adira né si turba per alcunché, vive giustamente e senza nulla di proprio.
Ed è davvero beato colui che sostiene il suo prossimo nelle sue debolezze come vorrebbe essere sostenuto dal medesimo, se fosse in caso simile».

2.4 Nei rapporti sia all’interno dell’Associazione che all’esterno di essa, ritorna perciò con costante meditazione su quella che è la nota fondamentale del silenzio, ossia la capacità di accogliere e di amare.
Infatti, «chi ama suo fratello rimane nella luce e non corre pericolo d’inciampare».

2.5 E’ sempre san Giovanni che ci annuncia: «Noi sappiamo che dalla morte siamo passati alla vita. La prova è questa: che amiamo i nostri fratelli».
Esprimi quest’ amore nella piena accoglienza dell’altro così come è, apprezzando la luce che è in lui. Sviluppando, giorno dopo giorno, agile e generosa comprensione per i suoi limiti e le sue ombre.
Infatti, «non chi dice Signore, Signore è gradito a Dio, ma chi di fatto compie la volontà del Padre, osservando i suoi comandamenti».
E il comandamento è questo: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi».
E ancora: «Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, se avrete stima e amore gli uni per gli altri».

2.6 Per questo, non vendicarti contro chi ti fa del male. Ama anche i tuoi nemici e prega per quelli che, consapevoli o no, ti causano sofferenza. Facendo così diventerai un vero figlio di Dio, nostro Padre, che è in cielo.
Perché egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere per quelli che fanno il bene e per quelli che fanno il male.
Con tutte le tue forze e con tutto lo slancio del tuo cuore cerca dunque di essere perfetto, così com’è perfetto il Padre nostro che è in cielo.

2.7 In realtà, da questo «abbiamo capito che cosa vuol dire amare il prossimo: Cristo ha dato la sua vita per noi.
Quindi, anche noi dobbiamo essere pronti a dare la nostra vita per i fratelli. Vogliamoci dunque bene sul serio, a fatti. Non solo a parole e con dei bei discorsi.
Ecco come sapremo che la verità ci ha generati». Infatti, «Dio nessuno l’ha mai visto. Però se ci amiamo gli uni gli altri, egli è presente in noi e il suo amore è veramente perfetto in noi».

2.8 Ti siano d’ispirazione e di sostegno le parole profetiche di Isaia: «Per digiuno io intendo un’altra cosa! Non mortificarvi, rinunciare a questo o a quello, vestire di sacco, cospargervi il capo di cenere.
Per digiuno io intendo: rompere le catene dell’ingiustizia, rimuovere ogni peso che opprime gli uomini, rendere la libertà agli oppressi e spezzare ogni legame che li schiaccia.
Digiunare significa dividere il pane con chi ha fame, aprire la casa ai poveri senza tetto, dare un vestito a chi non ne ha, non abbandonare il proprio simile.
Allora sarà per te, popolo mio, l’alba di un nuovo giorno. I tuoi mali guariranno presto. Allora la luce scaccerà l’oscurità in cui vivi.
Chiederai aiuto, e il Signore risponderà: Eccomi!  Se dividi il tuo pane con chi ha fame, la luce del pieno giorno ti illuminerà.
Sarai rigoglioso come un giardino ben irrigato, come una sorgente che non si prosciuga mai!».

2.9 Non ha senso parlare di risveglio e di evoluzione della coscienza se non c’è apertura costante all’amore.
Se una strada non ha un cuore, non conduce da nessuno parte. Se ha un cuore, seguila.
In questo, le tradizioni spirituali sono tutte concordi: la porta che introduce nella pienezza della vita è l’amore, non importa se lo chiamiamo carità, compassione, bodhicitta, ahimsa o con altri nomi. «Chi ama conosce Dio», qualunque è il nome con cui lo invoca.

2.10 Se non c’è amore e comprensione, accoglienza piena dell’altro così com’è, apertura disponibile e solidale nei confronti di chi è nella sofferenza, anche il silenzio è solo apparente. E’ una maschera di parole, dietro le quali c’è il vuoto e l’insoddisfazione.

2.11 Se manca l’amore, il silenzio da solo è incapace di comunicare la vita.
Per questo, coltiva costantemente il silenzio; vivilo con impegno e con gioiosa dedizione soprattutto nei luoghi e nei tempi che sono appositamente dedicati a esso; coltivando il silenzio interiore ed esteriore, però, tieni sempre viva la fiamma della consapevolezza: a nulla serve il silenzio se non ti conduce ad amare incondizionatamente.

2.12 «Ama instancabilmente, senza riserve e senza mormorazioni. Il Signore ti faccia crescere e abbondare nell’amore verso tutti.
Una volta per sempre ti vien dato questo precetto: Ama e fa ciò che vuoi. Se taci, taci per amore. Se parli, parla per amore. Se correggi, correggi per amore. Se perdoni, perdona per amore. Sia il tuo cuore radicato nell’amore. Da questa radice non può uscire che del bene».

3. Ama te stesso

3.1 Per aprirti all’amore, liberati continuamente dal non-amore.
Senza questo primo presupposto dell’umiltà e della conversione, non amerai mai.
Tanto più amerai i tuoi fratelli, quanto più saprai amare te stesso. Se sarai unificato, sarai unificante; se pacificato, sarai pacificante.
Ama te stesso con umiltà e dignità, con l’amore con cui Dio stesso ti ama e, con questo fondamento, ama il tuo prossimo come te stesso.
Amati fino a dimenticarti.
Se un giorno potrai dire che non cerchi più te stesso, vivrai la vita più felice che si possa immaginare e attraverso di te trasparirà l’amore di Dio.

3.2 Quando amiamo qualcuno abbiamo piacere di stare con lui e troviamo del tempo da dedicargli.
Trova del tempo da dedicare a te stesso, in cui ti prendi cura di te. Non sei tu forse il primo prossimo a te stesso?
Chi non ama se stesso non ama nessuno né si lascia amare dagli altri.

3.3 Agisci, buttati nella vita e nell’azione; ma dedica ogni giorno un tempo a te stesso.
Sappi ascoltare le tue gioie e la tua sofferenza: non fuggire sempre lontano da te.
Nel silenzio ascolta l’intima aspirazione del tuo cuore, la nostalgia di una pienezza che ancora non c’è.
Impara ad accogliere ogni giorno e ad accompagnare con comprensione e gentilezza ogni forma d’immaturità, d’insoddisfazione e di sofferenza che ti affligge; poiché esse esprimono un ardente desiderio di essere ascoltate e tu sei il primo che può prendersi cura di loro.

3.4 Non giudicarti e sii contento di essere ciò che sei. Vissuto con intelligenza e amore, questo gesto gentile e accogliente non ti allontana dalla verità di te stesso, ma ti avvicina al tuo centro.
Se sbagli o, comunque, il cuore ti condanna, ricordati che «Dio è più grande del nostro cuore». Pensa a Dio, a come egli vorrebbe essere trattato da te, se fosse al tuo posto. Questo pensiero non ti allontana da lui. Esso apre il tuo cuore e, per quanto oscuramente, ti permette d’intuire qualcosa della misura del suo amore. Da questa comprensione scaturisce una forza che guarisce.

4. Sii consapevole dell’amore che gratuitamente ti è dato

4.1 Accogli con tutto te stesso l’amore che Dio ti dona per primo. Infatti, egli per primo ci ha mostrato il suo amore.
Rimani sempre ancorato a questa certezza, la sola capace di dare senso, forza e gioia alla tua vita: non si allontanerà mai da te il suo amore, non verrà mai meno la sua alleanza di pace con te. I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili.
Egli ha impresso il tuo nome sul palmo delle sue mani.

4.2 Dio rassicura in Is 54,10: «Anche se le montagne cambiano di posto o le colline spariscono, il mio amore per te non cambierà mai. E la felicità che ti prometto non verrà ami meno. Lo dice il Signore che ti ama».

4.3 In Is 49,15-16 ci viene detto: «Può una donna dimenticare il suo bambino o non amare più il piccolo che ha concepito? Anche se ci fosse una tale donna, io non ti dimenticherò mai. Ho disegnato sul palmo delle mie mani la tua immagine, ho negli occhi la visione delle tue mura, Gerusalemme».

4.4 Scrive Paolo in Rm 11,29-36: «Dio non ritira i doni che ha fatto, e non muta parere verso quelli che ha chiamato. Egli ha rinchiuso tutti nella disubbidienza, per concedere a tutti la sua misericordi. O Dio, come è immensa la tua ricchezza, come è grande la tua scienza e la tua saggezza! Davvero nessuno potrebbe conoscere le tue decisioni, né capire le tue vie verso la salvezza.
Chi mai ha potuto conoscere il tuo pensiero, o Signore? E chi ha mai saputo darti un consiglio? Chi ti ha dato qualche cosa per riceverne il contraccambio?
Tutto viene da te, tutto esiste grazie a te e tutto tende verso di te. A te sale, o Dio, il nostro inno di lode per sempre. Amen».

4.5 «Sii ricolmo, giorno e notte, della presenza amorosa del Signore, e avrai vita. Forte della gioia di questa inabitazione divina in te e della potenza di questo amore, non verrai mai meno. Se custodirai fedelmente, come Maria, questo pensiero nel cuore, Dio a poco a poco ti invaderà, ti costruirà, ti unificherà. La costante accoglienza del suo amore» è il passo fondamentale verso il grande silenzio e la liberazione.

5. Ama a tua volta il Signore

5.1 Forte della consapevolezza dell’amore di Dio, ama a tua volta il Signore, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze, con tutta la tua mente. In una parola, con tutto il tuo essere e con tutta la tua vita.
Sapendo, infatti, che egli ti ha amato con il dono di tutto se stesso, tu non puoi ricambiare il suo amore se non con il dono di tutta la tua esistenza.
In realtà, tutta la legge di Mosè e tutto l’insegnamento dei profeti dipendono da questi due comandamenti: Ama il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente; e: Ama il tuo prossimo come te stesso.

5.2 L’amore a Dio è esso stesso un dono. Esso crescerà in te se, come Gesù, saprai rimanere «solo con il Solo».
Allora, qualunque sia la tua appartenenza, sarai come un vero figlio davanti a Dio e, nel tuo cuore, lo Spirito del suo Figlio unico griderà: Abba, Padre!».

5.3 Non lasciarti impressionare dal tuo poco amore a Dio.
L’amore, come la fede-fiducia, è il frutto della conoscenza che nasce dall’esperienza. Se sai prendere del tempo per restare con lui, egli non si rifiuterà di donarsi a te. Il silenzio è di per se stesso denso di preghiera.
Lo è ancora di più, se ti porta a dimorare silenzioso e accogliente davanti a colui che trascende ogni tua conoscenza.
Esso ti condurrà, passo dopo passo, come Abramo, «a dare un nome a ciò che le creature lodano balbettando». In questa «nuova e più alta coscienza», contemplerai «quel Tu che E’, che traspare nella molteplice intimità di tutti gli esseri».
In realtà, «dietro il fremito delle stelle vi è qualcosa di più che le stelle: una Presenza difficile da nominare, che nessuno piò chiamare per nome e che tuttavia ha tutti i nomi.
E’ qualcosa di più dell’universo e che tuttavia non può essere compreso se non nell’universo».
Sulla scia di Abramo, l’uomo dell’ascolto instancabile e della disponibilità silenziosa, comprenderai che «la differenza fra Dio e la natura è la differenza che vi è fra l’azzurro del cielo e l’azzurro di uno sguardo».
Come Abramo, «al di là di tutti gli azzurri», sii anche tu alla costante, serena ricerca di quello sguardo.

5.4 Ricordati di Francesco. Immerso nel silenzio, egli invoca: «Rapisca, ti prego, Signore, l’ardente dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo, perché io muoia per amore dell’amore tuo, come tu ti sei degnato di morire per amore dell’amore mio».
Da questo rapimento in Dio, Francesco ritornò verso tutte le creature con una nuova, infinita capacità di capire e di amare.

5.5 Ti siano di stimolo e di guida le parole piene di amore e di saggezza di swami Ramadas.
Egli ti invita a «ripetere il nome di Dio mettendovi tutta l’anima, e non con la mente divisa che dimostra come l’amore di Dio non è totale in noi.
Alcuni vengono a Ramadas e si lamentano perché – essi dicono – ripetono il nome con le labbra ma la mente vaga qua e là.
Perché non è possibile concentrare la mente su Dio modulando il suo Nome o rimanendo fermi in meditazione?
È perché l’amore alle cose esteriori è più forte dell’amore a Dio. Dove c’è l’amore, là si fissa la mente.
Se si ama Dio con tutto il cuore, la mente si fisserà su di lui, così come il pensiero dell’avaro è fisso sul suo tesoro.
Occorre che l’aspirante tenga fisso il pensiero in Dio quanto, se non più, l’avaro tiene fisso il pensiero al suo denaro.
Se ama altre cose più di quanto ami Dio, la sua mente andrà naturalmente verso quelle cose.
Per ciò il vero fedele pregherà così: “O Signore, fa che io ti ami al di sopra di ogni cosa nel mondo”.
Se lo amerete così, allora la vostra mente sarà piena di lui e nessun altro pensiero potrà entrare».

5.6 Persevera con pazienza instancabile in questa ricerca.
Egli, Dio, anche quando tu non lo sai, è colui che il tuo cuore ama. Nella sua luce vedi la luce.
E’ lui che gli uomini s’aspettano che tu, senza parlare, ma con tutta la tua vita, porti loro quando esci dai tuoi silenzi.
Senza stancarti, cerca il suo volto. Mantenendo libero il tuo cuore per lui, e per lui soltanto. Allora egli ti riempirà della sua Presenza.

5.7 Sia dunque tua questa preghiera: «Nel centro del mio cuore ho eretto un mistico trono per te, Signore.
Le candele delle mie gioie ardono fiocamente nell’attesa della tua venuta. Esse si ravviveranno al tuo apparire.
Ma che tu venga o no, io rimarrò ad aspettarti, finché le mie lacrime non avranno dissolto ogni pesantezza e opacità.
Profumate d’amore, nell’attesa, le mie lacrime laveranno i tuoi piedi di silenzio.
L’altare della mia anima rimarrà sgombro fino alla tua venuta. Io non parlerò, non ti chiederò nulla.
In silenzio vivrò l’intima consapevolezza che tu conosci la pena del mio cuore mentre rimango in attesa di te.
Tu sai che io prego. Sai che amo te solo. Ma che tu venga o no, rimarrò ad aspettarti, fosse pure per l’eternità».

5.8 Accogli come un dono questa promessa e, qualunque sia la realtà che vivi attualmente, legala stretta al tuo cuore: «C’è, in qualche luogo all’interno dell’essere umano, un’attesa mai interrotta né persa.
Essa è di Dio. Anche per chi non crede, questa attesa è là, implicitamente.
Per il credente, essa è speranza di ciò che non si vede. Essa è ancora, per il cristiano, attesa contemplativa di Gesù Cristo che ama, prega, riconcilia in noi. In questa attesa, a chi ascolta Dio di giorno come di notte, alla fine viene risposto: Shalom. Pace!».

6. Per giungere all’amore sii trasparente

6.1 Non puoi giungere all’amore, se non aprendoti con pienezza di fiducia a Dio e agli altri.
Perciò, lasciati conoscere e cerca di conoscere. La conoscenza apre inevitabilmente all’amore.
Con l’apertura del cuore, la manifestazione dei pensieri e la lealtà del tuo comportamento, imparerai meglio ad andare d’accordo con chi ti vive accanto.
Sii dunque tanto umile da lasciarti guardare nella verità e tanto misericordioso da vedere senza condannare.

6.2 Maldicenza, mormorazioni, gelosie, siano escluse per sempre dalla tua bocca e dal tuo cuore.
Evita le discussioni meschine. Nulla divide maggiormente delle continue dispute per tutto e per nulla.
Sappi troncare ogni discorso ozioso e, soprattutto, quello che tende a ferire e a denigrare il tuo prossimo. Rifiutati di ascoltare insinuazioni sul tale o sul talaltro.
Sii lievito di unione. In assenza della persona interessata, non dire e non ascoltare mai nulla a suo riguardo che tu non gli abbia già detto o che non sia disposto a ripetergli in tutta chiarezza. Nei tuoi silenzi, ci sia uno spazio di simpatia per ognuno.

6.3 Non stancarti mai di perdonare. Dal profondo del tuo cuore, spontaneamente, sii misericordioso e comprensivo.
Se hai qualche motivo di lamentarti nei riguardi di qualcuno, parlagli francamente e con rispetto.
Libera il tuo cuore attraverso il perdono. Sii l’amico di ognuno, senza rinunciare di essere l’amico di tutti. Dove non c’è amore, metti amore e riceverai amore.

6.4 La suscettibilità è il peggior nemico della carità, la semplicità è il suo migliore alleato.
Nelle contese sii abbastanza intelligente da cedere per primo. Puoi avere il diritto di adirarti, ma hai anche il dovere di non lasciare che il sole tramonti sulla tua ira. Infatti, l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio.

6.5 Mira a costruire l’unità nel rispetto delle diversità.
Perché l’unità non sia una mescolanza informe o un conformismo mortificante, e perché la diversità non sia un individualismo egoista o una fantasia stravagante, rimani aperto al soffio dello Spirito, che è amore condiviso.
Sii te stesso, ma con rispetto e vigilanza: la tua personalità esprima una libertà responsabile.

7. Vivi il silenzio

7.1 Vivi il silenzio. Non avere paura di entrare nel mistero del silenzio.
Ricordati costantemente che «Dio ha creato gli angeli in silenzio. Dio parla ai silenziosi, mentre quelli che si agitano fanno ridere gli angeli».

7.2 Lo scopo della tua vita non è tacere, ma amare i tuoi fratelli, conoscere te stesso e accogliere il tuo Dio.
Ma per realizzare questi traguardi è indispensabile che tu impari ad ascoltare, a rientrare nel più profondo del tuo essere, perché solo così puoi elevarti al di sopra di te. Il silenzio ti invita a questo.
Cercalo dunque con amore e vigilanza. Il vero silenzio apre alla pace, all’adorazione e all’amore.
Per questo vivi il silenzio come una scelta, non limitarti a subirlo soltanto. Non puoi amare il silenzio finché non l’hai gustato; ma quando l’avrai gustato, non potrai fare a meno di esso.

7.3 Per due motivi puoi scegliere il silenzio che ti eleva al di sopra di te: o perché hai già raggiunto quella purezza e sapienza interiori che ti fanno gustare il suo mistero, o perché hai udito qualcuno parlare di questo bene e anche tu, sulla sua parola, ti affretti a conseguirlo.

7.4 Dio è silenzio.
Al suo profeta egli si è rivelato nel mormorio di una brezza leggera.
Mediante il silenzio anche tu entrerai nel mistero di Dio, aprirai la tua anima alla gioia della sua Presenza.
Se dunque ami la verità, sii amante del silenzio che, come il sole, ti illuminerà.
Il silenzio ti libererà dalle false conoscenze e ti aprirà all’incontro con il Dio vivente. Il silenzio ti porta a Dio e Dio ti introduce nel suo silenzio.

7.5 Il Signore scavi dentro di te il senso dell’attesa «anche quando scende la notte»; egli orienti tutta la tua vita a ricevere e a custodire la Parola che risuscita dai morti. In realtà, «se in principio c’era la Parola e dalla Parola di Dio, venuta tra noi, è cominciata ad avverarsi la nostra redenzione, è chiaro che, da parte nostra, all’inizio della storia personale di salvezza, ci deve essere il silenzio: il silenzio che ascolta, che accoglie, che si lascia animare.
Certo, alla Parola che si manifesta dovranno poi corrispondere le nostre parole di gratitudine, di adorazione, di supplica; ma prima c’è il silenzio: il silenzio che ascolta, il silenzio che accoglie, il silenzio che si lascia animare».

7.6 Sul lavoro, per la strada, quando esci o quando rientri da solo o sui mezzi pubblici, fra il trambusto della città, porta con te il segreto del silenzio interiore.
Riservati ogni giorno larghi spazi di silenzio e, quando ritorna la sera, medita sul tuo giaciglio, in pace e in silenzio. Il silenzio sia lo slancio della tua preghiera nel cuore della città e ogni giorno la pace della tua anima.

7.7 Per amare e coltivare il silenzio, sforzati di comprendere il silenzio, di capire la sua profonda natura. Se hai idee confuse sul silenzio e lo coltivi in modo sbagliato, ti sarà impossibile gustarne la fragranza.
Ricordati di Timorosa. Il suo silenzio esprime la calma della presenza mentale. Stando in pienezza di tranquillità con il ruscello che scorreva ai suoi piedi, comprese il canto delle acque.
Anche Salomone fu condotto dalla Sapienza a conoscere i segreti del mondo e del cuore umano quando, dopo averla invocata, si lasciò da lei educare all’ascolto silenzioso e disponibile del reale.
E Vivekananda ti ripete, cantando: «Siediti ai bordi dell’aurora, per te sorgerà il sole; siediti ai bordi della notte, per te scintilleranno le stelle; siediti ai bordi del torrente, per te canterà l’usignolo; siediti ai bordi del silenzio, e Dio ti parlerà».

7.8 Questo stare interamente con la realtà, così come è, in pienezza di disponibilità e di ascolto, per comprendere e capire, questo è il silenzio. Ma non è scontato. I tempi di meditazione e di ritiro servono a sviluppare quest’attitudine.
Essi t’insegnano a stare interamente con te stesso e con le cose. Dal momento che lo sai, ti sarà facile rispettare profondamente il silenzio nei giorni e nei luoghi di ritiro.
Lo farai per rispetto verso di te, ma anche degli altri e del luogo che ti ospita. Osserverai il silenzio in base a una scelta consapevole, di amore e di intelligenza, e non come imposizione.
La tua presenza silenziosa e discreta sarà di esempio a tutti e di aiuto ai più deboli. Nei giorni e nei luoghi di ritiro impegnati a vivere il silenzio delle labbra, il silenzio del cuore, il silenzio di tutto il tuo essere.
Vissuto così, il silenzio t’insegnerà ad amare più profondamente e ti ricompenserà con la sua gioia.
Ritorna sovente e con meditazione su questa verità, perché sia scolpita a caratteri d’oro nell’intimo del tuo essere e ti sostenga nei momenti più difficili.
Eviterai di essere una persona che ha la bocca piena di parole sul silenzio, ma che non osserva mai il silenzio ed è incapace di assaporarne la fragranza.

7.9 – Il silenzio delle labbra.
Nei luoghi di silenzio e nei giorni di ritiro, ogni parola e superflua. Impegnati a osservare con la massima diligenza questa prima espressione del silenzio, ed essa ti condurrà a comprendere e ad amare ogni altro silenzio. Ricordati che sei responsabile davanti a te e in rapporto agli altri.
La tua presenza, infatti, può favorire o distruggere il silenzio, e questo dipende anzitutto dal controllo che eserciti sulle tue labbra.

7.10 Se ti viene richiesto un servizio, vivilo nel silenzio. La parola è preziosa, ma se non sei padrone della tua lingua, essa genera inevitabilmente confusione, disimpegno, superficialità e frustrazione.

7.11 Non costringere nessuno a richiamarti al silenzio o a evitarti perché non sei silenzioso.
Sii piuttosto, con la tua presenza discreta e serena, un testimone vivente del silenzio come fonte d’intelligenza, di vera amicizia e di rivelazione.

7.12 Il silenzio a cui ti educhi con perseveranza, sia espressione della stima che nutri per te e per gli altri.
Ottemperando alla disciplina del silenzio, sii consapevole che la lingua ferisce e uccide più della spada. «La lingua è una piccola parte del corpo, ma può vantarsi di grosse imprese.
Un focherello più incendiare tutta una grande foresta.
La lingua è come un fuoco: essa porta il contagio in tutto il corpo. Infiamma tutta la vita con un fuoco che viene dall’inferno».
Queste parole ti possono sembrare troppo severe, ed è vero che qui si parla della lingua malvagia.
Ma non è forse malvagia quella lingua che, mancando di qualsiasi autocontrollo, impedisce agli altri di entrare nel tempio silenzioso del proprio Sé e della divina Presenza.
Specialmente oggi, l’uso costante, incontrollato e superficiale della lingua è causa d’incredibile smarrimento e confusione per molte persone. «Nella città del Brahman, che è il cuore, vi è una piccola casa.
Essa ha la forma di un loto. In essa abita ciò che va costantemente cercato, richiesto e alla fine realizzato».

7.13 Il silenzio delle labbra ti educherà alla saggezza della parola.
La bocca degli stolti è piena di sciocchezze, ma la lingua dei saggi fa desiderare la scienza: è dolce e risana, ed è come un albero di vita.

7.14 Gandhi, che ogni settimana praticava una giornata di silenzio, ci ricorda che il silenzio fa parte dell’igiene mentale ed è condizione di salute. Con la parola consumiamo molta energia, con il silenzio raccogliamo quell’energia che ci farà capaci di pronunziare «parole degne del silenzio», forti quanto lui.
San Giacomo ti dice: «Chi domina la sua lingua è padrone di tutto se stesso».

7.15 Tacere ci avvicina a quell’«Abisso di Silenzio» di cui parla Sant’ Ignazio d’Antiochia per designare il Padre.
Tacere ti rende capace di ascolto: pregare non è solo parlare a Dio; è ascoltarlo e, molto spesso, è ascoltare il suo silenzio. «Beati quelli che ascoltano le parole di Gesù, più beati ancora quelli che ascoltano il suo silenzio».

7.16 Col silenzio della lingua, coltiva ogni altro forma di raccoglimento e di silenzio esteriori.
Nell’incedere, nell’alzarti e nel sedere, nell’aprire e nel chiudere una porta, nell’uso che fai degli oggetti e in ogni tuo comportamento sii consapevole. Abbi rispetto per cose e persone, ed esse non solo ti rispetteranno, ma ti diventeranno amiche.

7. 17 La sala di meditazione e il luogo di ritiro siano per te la terra sacra dove, come Mosé, ti levi i sandali e ti prostri in silenzio davanti al roveto ardente della divina Presenza.
Nell’adorante sacralità di quel silenzio, il tuo cuore udrà parole di liberazione.

7.18 Si racconta di un pellegrino, il quale un giorno si presentò a uno starets e gli chiese: «Con quali mezzi hai raggiunto la santità?»
Il monaco rispose: «Mangio, cammino, mi siedo, dormo». — Il pellegrino rimase sconcertato e replicò: «Ma queste cose sono banali.
Tutti al mondo le fanno». 
Rispose lo starets: «Amico mio, la differenza consiste in questo: che quando mangio, quando cammino, quando siedo, e quando mi corico sono consapevole di camminare, di mangiare, di sedermi, di coricarmi.
Quando gli altri fanno queste cose, non sono in genere coscienti di quello che fanno». – Il pellegrino se ne andò e, senza accorgersi, sbatté la porta.
Allora il monaco lo richiamò dicendogli: «Amico, non eri consapevole. La virtù non consiste nel chiudere piano una porta, ma nella coscienza del fatto che si sta chiudendo una porta».

7.18 Vivi il silenzio, e vivilo pienamente, con grande senso di responsabilità verso te e verso gli altri.
Ma sii libero da ogni rigidità. Il tuo silenzio sia un silenzio abitato dalla gioia.
 Sia anche pieno di comprensione per gli altri. Non turbarti né adirarti a motivo della mancanza di silenzio di qualcuno.
La tua ira e il tuo turbamento sono una forma di rumore infinitamente più disturbante e distruttivo di qualsiasi trasgressione puramente esteriore del silenzio.

7.19 – Il silenzio del cuore.
Ogni pensiero in cui non predomina la calma e l’umiltà non è secondo Dio.
E’, invece, un’ispirazione che proviene dal turbamento che è in te. Dio viene nella pace, mentre tutto ciò che nasce dall’agitazione ti porta a vivere lontano da te e da Dio.

7.20 Vivi un silenzio pieno di fiducia, sorridente e libero da paure, senza mormorazioni e sospetti.
Allora il silenzio rimetterà ordine in te quando sarai agitato, tentato o stanco.
 Senza farti violenza, t’insegnerà a dominare i tuoi impulsi, a controllare le tue emozioni, a padroneggiare le tue reazioni.
Ti aiuterà a costruire l’uomo interiore, che ogni giorno si rinnova a immagine del suo Creatore.

7.21 Nel crogiolo del silenzio, impara la santità. Aiutandoti a dimenticare te stesso, il silenzio ti farà trovare Dio e, nel cuore di Dio, alla sua luce, troverai tutto te stesso e il mondo.
Vivi il silenzio fuori di te, così da gustarlo nel tuo intimo.
Allora conoscerai la gioia di coloro che amano Dio e osservano i suoi comandamenti. Divenuto silenzioso, riposerai nella pace perfetta del suo amore.

7.22 Il tuo silenzio sia, come per gli uomini del deserto, una fuga.
Non una fuga da qualcosa o qualcuno, ma verso Qualcuno.
Plotino diceva: «fuggi solo verso il Solo!». La fuga degli uomini del deserto era ricerca di lucidità e di conoscenza, ma più ancora slancio del cuore, desiderio di conoscere come sono conosciuto, desiderio di amare come sono amato; un fuggire verso Dio, un fuggire unificato verso l’unico Uno.
A livello psicologico, questa fuga sarà fuga dalla dispersione, dall’agitazione, allontanamento da ciò che ci distoglie dall’essenziale, fuga da ciò che ci fa perdere il senso profondo della nostra vita, così da ritornare verso tutte le cose con un cuore rinnovato.

7.23 Qualcuno ha scritto: «Quando si è alla presenza di qualcuno, non si pensa a lui: egli è là.
La vera preghiera non è pensare a Dio, è essere con lui, lasciarlo essere, lasciarlo respirare nel nostro spirito».

7.24 E ancora: «Dio cerca fra gli uomini un luogo per il suo riposo.
L’uomo in pace è dimora di Dio. Senza la quies, l’esichia, lo shalom, la pace che viene dall’alto, Dio non può dimorare in mezzo agli uomini. La fuga dall’agitazione, il silenzio delle labbra e del cuore non hanno altro scopo che condurre a questo riposo, al Shabbat, al riposo del settimo giorno».

8. Accogli e condividi

8.1 Accogli e condividi. Accogliendo gli uomini, tu trovi Dio.
Per Abramo meditare è accogliere Dio sotto le apparenze più svariate. L’episodio della quercia di Mamre ci mostra Abramo «seduto all’entrata della tende, nell’ora più calda del giorno»; là accoglie tre stranieri che si rivelano essere degli inviati di Dio: il bicchiere d’acqua che dai a colui che ha sete non ti allontana dal silenzio: ti avvicina alla sorgente.

8.2 Dio è accoglienza e condivisione.
Vivendo questa esigenza, tu agisci come lui e sei guidato in modo meraviglioso all’imitazione di Dio.
Silenzio, fervore, ascesi, solitudine non bastano. Solo l’amore è valore supremo. Allarga lo spazio della tua tenda, per accogliere generosamente coloro che ti sono vicini e lontani.
Poiché non hai niente che tu non l’abbia ricevuto, non trattenere niente di ciò che puoi condividere con gli altri.
Nel silenzio, accogli Dio per donarlo. Ama il tuo prossimo come è, e non come vorresti che fosse. «Praticando l’ospitalità, alcuni hanno accolto degli angeli senza saperlo».
Gli uomini che ti circondano, con i quali vivi gomito a gomito, spesso sono assetati d’acqua viva, segnati dalla stanchezza, dall’inquietudine, dalla solitudine, dall’anonimato, frastornati dal rumore: condividi con essi un’oasi di pace.

9. Condividi

9.1 Nessuno è venuto al mondo per prendere e afferrare.
E neppure siamo nati per dare soltanto. La vita è per sua natura una dare e un ricevere. La vita è interdipendenza.
Condividi con gli altri ciò che sei e ciò che hai.
Sii riconoscente per ciò che ricevi dagli altri e stimolali così a dare il meglio di sé. Ognuno ha i suoi talenti, le sue capacità, i suoi doni: sia per te una gioia ricevere, e sia per te una gioia condividere con gli altri.
A secondo delle tue possibilità, mettiti con letizia a disposizione di tutti.
Supera con gentilezza le tue resistente, e con gentilezza vinci le tue paure e la timidezza.
C’è chi ha detto: «C’è più gioia nel dare che nel ricevere»; e: «Date e vi sarà dato»; e ancora: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
Infine: «Chi dona, lo faccia con semplicità».
 Qualunque cosa tu doni agli altri, però, mantieni costantemente viva la consapevolezza che infinitamente di più è ciò che tu, istante dopo istante, ricevi dagli altri.

9.2 La tua capacità di condividere si estenda a tutti i luoghi e a tutti i momenti della tua vita.
All’interno dell’Associazione per la meditazione e l’evoluzione della coscienza, con libertà, responsabilità e a secondo delle tue possibilità, condividi il tuo tempo, i tuoi talenti, la tua professionalità, le tue risorse umane e spirituali.
Nel ricevere con gratitudine e nel dare con gioia e generosità è il segreto della vitalità e della fecondità di un gruppo.

10. Rimani nella gioia

10.1 La gioia è la dote di un’anima risvegliata.
Coltivando «amicizia per chi è felice, compassione per chi è infelice, letizia per chi è virtuoso», mantieni costantemente viva la gioia in te. La gioia è il segno che sei in comunione con gli altri. Essa è anche il segno della tua comunione con Dio. La sua presenza mette più gioia nel cuore di quando abbondano vino e frumento.
Davanti a lui, la terra grida di gioia; i fiumi battono le mani e, insieme ad essi, esultano le montagne. Anche il tempio si riempie di gioia alla presenza di Dio; la valle deserta si tramuta in giardino al canto dei pellegrini.
Diretti verso la casa del Signore, tutti cantano di gioia: «Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore». Se alla sera siamo in lacrime, al mattino, ecco la gioia.

10.2 Coltiva nel tuo cuore quella gioia che il Signore elargisce abbondantemente ai suoi amici.
«Vi scriviamo queste cose, perché la gioia sia perfetta», si legge nella prima lettera di Giovanni.
E Gesù afferma: «Vi ho detto questo, perché la mia gioia sia anche la vostra, e la vostra gioia sia perfetta».
Paolo, poi, non si stanca di ripetere: «Siate sempre lieti! Lo ripeto, siate sempre lieti: il Signore è vicino!».

10.3 Perché tu possa vivere nella gioia e donarla agli altri senza finzione, ricordati che essa è dono dello Spirito. I
nfatti, «il frutto dello Spirito è amore e gioia».
Il Signore la regala abbondantemente ai retti di cuore. Come canta il salmista: «I tuoi insegnamenti sono la gioia del mio cuore».
E’ anche detto: «Dio ama chi dono con gioia». E, rivolgendosi ai pastori nella notte di Betlemme, l’angelo li saluta dicendo: «Vi annuncio una grande gioia!».
Gesù ti ripete: «La verità vi farà liberi», e promette: «Ora siete tristi, ma io vi rivedrò, e voi vi rallegrerete, e nessuno vi toglierà la vostra gioia».

10.4 La gioia è anche una conquista, e quelli che sono poveri davanti a Dio pervengono al suo regno, che è gioia nella Spirito Santo.

10.5 Dal giorno della sua conversione fino alla morte, san Francesco fu molto esigente e anche duro con se stesso e con il suo corpo. Ciò nonostante, egli è l’uomo della perfetta letizia. Il suo più alto e appassionato impegno fu quello di possedere e conservare intatta la gioia dello spirito.
Diceva: «Se ci preoccupiamo di avere e conservare abitualmente la gioia interiore ed esteriore, gioia che sgorga da un cuore puro, in nulla ci può nuocere il male».
Un volta – si dice – rimproverò uno dei compagni, perché aveva un’aria triste e una faccia mesta.
Disse: «Perché mostri così la tristezza e l’angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione privata tra te e Dio.
Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto.
Non è bene che un servitore di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello e a nessun altra persona».

10.6 Si legge ne’ I Fioretti di san Francesco che, venendo una volta santo Francesco da Perugia a santa Maria degli Angeli con frate Leone a tempo d’inverno, e il freddo grandissimo fortemente lo crucciava, chiamò frate Leone, che gli andava innanzi, e disse: «O frate Leone, ammetti che i frati minori in ogni terra diano grande esempio di santità e di buona edificazione: ebbene, tu scrivi e annoti diligentemente che non in questo è perfetta letizia».
E andando più oltre, santo Francesco lo chiamò una seconda volta: «O frate Leone, anche se il frate minore donasse la vista ai ciechi e raddrizzasse le membra agli storpi, se scacciasse i demoni, rendesse l’udito ai sordi e l’andare agli zoppi, la parola ai muti e, più ancora, se risuscitasse i morti da quattro giorni: ebbene, tu scrivi che non in ciò è perfetta letizia».
E andando ancora un poco, santo Francesco gridò forte: «O frate Leone, se il frate minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare non soltanto le cose futuro, ma gli stessi segreti delle coscienze e degli uomini: scrivi che non in ciò è perfetta letizia».
Andando un poco più oltre, santo Francesco chiamava ancora forte: «O frate Leone, pecorella di Dio: benché il frate minore parli con lingua di angelo e sappia i corsi delle stelle e le virtù delle erbe, e anche se gli fossero rivelati tutti i tesori della terra e conoscesse le virtù degli uccelli e dei pesci e di tutti gli animali e delle pietre e delle acque: ebbene, tu scrivi che non è in questo perfetta letizia».
E andando ancora un pezzo, santo Francesco chiamò forte: «O frate Leone, quand’anche il frate minore sapesse predicare così bene da convertire tutti gli infedeli a Cristo: ebbene, tu scrivi che non in questo è perfetta letizia».
Parlando in questo modo per ben due miglia, frate Leone con grandissima ammirazione gli domandò: «Padre, io ti prego da parte di Dio che tu mi dica dov’è perfetta letizia».
Allora santo Francesco così gli rispose: «Quando noi saremo a santa Maria degli Angeli e, così bagnati per la pioggia e agghiacciati per il freddo e infangati di loto e afflitti di fame, picchieremo alla porta del convento e il portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due dei vostri frati; e questi dirà: Voi non dite il vero, anzi siete due ribaldi che andate ingannando il mondo e rubando le elemosine dei poveri; andate via; e non ci aprirà, ma ci farà stare fuori alla neve e all’acqua, col freddo e con la fame tutta la notte: allora, se noi sosterremo pazientemente tanta crudeltà e tanti insulti senza turbarcene e senza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quel portinaio veramente ci conosce e che Dio gli fa parlare contro di noi: allora, frate Leone, scrivi che qui è perfetta letizia!
E se, perseverando, continuassimo a picchiare, ed egli uscisse fuori turbato e, come gaglioffi importuni, ci scacciasse con villanie e con gotate dicendo: Partitevi di qui, ladroncelli vilissimi, andate all’ostello, perché qui non mangerete né albergherete! – se noi tutto questo sopporteremo pazientemente e con allegrezza e buon umore: o frate Leone, scrivi che qui è perfetta letizia!».
E se, costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte, noi continueremo a picchiare e a chiedere, e lo pregheremo per amore di Dio e con pianto di aprirci e di metterci dentro, ma quello, scandalizzato, dirà: Costoro sono gaglioffi importuni, io li pagherò bene come son degni!, e uscirà fuori con un bastone nocchieruto e ci piglierà per il cappuccio, ci getterà a terra, c’involgerà nella neve e ci batterà a nodo a nodo con quel bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando alle pene di Cristo benedetto e al suo amore: o frate Leone, scrivi che qui e in questo è perfetta letizia!
E però ascolta la conclusione, frate Leone. Sopra tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo che Cristo concede ai suoi amici, la grazia e il dono più grande è di vincere se stessi e sostenere volentieri e con amore pene, ingiurie e obbrobri e disagi nell’amore di Cristo. Infatti, di tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, perché non sono nostri, ma di Dio.
Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, come dice l’Apostolo: Io voglio vantarmi soltanto di questo: della croce del nostro Signore Gesù Cristo!». – A lode di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.